Giro d’Italia, arrivo a Bibione sotto la pioggia

Giro d'Italia, arrivo a Bibione sotto la pioggiaDodicesima Tappa del Giro d’Italia, sul traguardo di Bibione vince Andre’ Greipel

Arrivo in volata a Bibione per la dodicesima tappa del Giro d’Italia 2016, a vincere è il tedesco Greipel con un tempo di 4 ore e 16 secondi. La tappa era partita in mattinata da Noale, sotto pioggia e vento e prevedeva un percorso di 182 chilometri.

Protagonista il Team Bardiani con una fuga sei Mirco Maestri nei primi chilometri di gara, insieme a Daniel Oss della Bmc. Partiti al km 20, i due italiani hanno pedalato di comune accordo per quasi 140 km quando le squadre dei velocisti, che hanno concesso un vantaggio massimo di poco superiore ai 2 minuti, hanno stretto la morsa e annullato il tentativo.

“E’ da inizio Giro che provo, oggi finalmente ce l’ho fatta. Ci sarebbe voluta un’impresa per vincere, ma io volevo provarci. Per un neoprò come me è stata un’esperienza sicuramente utile, a prescindere dall’esito” ha commentato Maestri.

Oggi spazio agli scalatori con l’impegnativa tappa 13, da Palmanova a Cividale del Friuli, 170 km con quattro GPM. Nel frattempo stamattina è arrivata la notizia del ritiro di Greipel.

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Il giornalismo ignorante

La Voce

Quando ho deciso di iscrivermi all’università, sono stata spinta semplicemente dalle mie passioni.
Ho studiato tutta la letteratura italiana, la storia europea e mondiale, il maledetto latino. Ho approfondito la storia dell’editoria italiana, le regole del buon giornalismo, le leggi che regolano la stampa, le dinamiche e i rapporti fin troppo stretti fra l’informazione e le vicende storiche e di attualità più celebri e tristemente note. Mi sono spesso emozionata leggendo Montale, Dante, Virgilio, Pirandello. Mi sono appassionata davanti alle pagine di storia. Mi sono schifata leggendo le vicende della P2, delle guerre editoriali per il Corriere della Sera, delle inchieste comiche su Tangentopoli.
Si. Il giornalismo è ed è stato corrotto, avvelenato, usato male.
Il giornalista è colui che si mette al servizio della gente, che cerca la verità, fa domande, non si arrende, va sul posto, valuta attentamente le sue fonti e dona a chi legge i suoi…

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LIBERTA’?

Mi ero promessa di non farlo. Eppure, come spesso accade, non riesco a tacere. Non io, quantomeno la storia non riesce a tacere. La storia deve parlare sempre, nel rispetto di tutte le persone e di tutte le ideologie. Troppo spesso non è così, troppe volte la storia la si fa parlare solo da una parte, da quella che ci viene più comoda, da quella che preferiamo, da quella che porta i voti e il consenso del popolo. E’ l’errore più grande che possiamo fare e che – quotidianamente – facciamo noi italiani.

Da una parte si chiede che sia tolta la scritta “DUX” dall’obelisco romano e dall’altra si esalta il valore eroico e combattente dei partigiani. Mussolini non è forse parte della stessa storia di cui lo sono i partigiani? Che poi, è la storia della nostra nazione e della nostra bella Italia. Eppure troppo spesso si vuole cancellare una parte, per valorizzare un altra, quando ci si dovrebbe limitare a raccontare la verità.

La storia dell’Italia è una storia di sangue, di sacrificio, di martirio. Ma è anche una storia di persone, di idee, di speranza, di amore. L’amore per la patria dei nostri soldati, nelle guerre d’indipendenza, nei due conflitti mondiali, nella tremenda campagna di Russia, in Libia e in Etiopia. L’amore per le donne, spesso lasciate a casa e mai riviste perché la guerra uccide. L’amore per quei figli lasciati piccoli e ritrovati grandi. Una storia troppo spesso cruenta e spietata, ma comunque storia e come tale da non dimenticare, affinché il sacrificio di tanti uomini e donne non sia stato vano. Ricordarne gli eventi ne rende onore e rispetto, perché quello che abbiamo oggi è soprattutto merito di chi ha combattuto prima di noi. Ricordarne solo una parte, non ricorda coloro che sono morti e hanno creduto in un altro ideale, che comunque consideravano giusto. E se, come diciamo, crediamo nella libertà di parola e di opinione dobbiamo permettere che una credenza diversa dalla nostra sia esistita e che qualcuno per quell’ideologia abbia dato tutto se stesso, fino alla morte.

Prima di tutto, oggi, nel settantesimo della liberazione il nostro ricordo deve andare dunque a tutti i corpi dell’esercito, che quella terribile guerra l’hanno combattuta sul fronte, sulle montagne, in Russia, in Libia e nei Balcani. Dobbiamo rendere onore all’Esercito, alla Marina, ai Bersaglieri, agli Alpini…prima di tutto, a loro. Poi anche agli altri, ma non dimentichiamo mai che chi ha disertato – spesso – il contributo alla causa italiana lo ha dato solo in parte. Il Capitano della Compagnia di cui narra la canzone, sono i tanti soldati morti per la bandiera, per la patria, per la libertà. Per anni hanno combattuto sotto il Regio Esercito, spesso non condividendone le ragioni, ma rispettando i propri doveri di cittadini italiani e di soldati: non sono, forse, morti per la libertà? Perché, allora, non gli rendiamo lo stesso onore, la stessa gloria o anche solo semplicemente lo stesso ricordo, che rendiamo ai partigiani?

La verità è nascosta nelle montagne. I montanari la sanno, ma spesso lasciano perdere i dibattiti sul 25 aprile, principalmente perché in questo periodo loro iniziano a lavorare e non hanno il tempo di fare altro. I vecchi, quando ancora ci sono, disertano le celebrazione e rimangono a casa ripensando ad un passato troppo triste per essere ricordato. Chi l’ha vissuto, racconta che molti partigiani (anche qui, come in ogni cosa, ci saranno stati gli uni e gli altri) si sono solo nascosti tra le montagne, scendendo in città solo quando tutto era finito, proclamandosi liberatori di chissà cosa. Chi c’era racconta che troppo spesso i tedeschi erano informati da partigiani che volevano salva la vita, su dove trovare il maiale buono, la farina, i cibo. Chi ricorda, non può che confermare che la guerra partigiana è stata spesso una guerra civile, contro i nemici del paese, contro il rivale in amore…troppe volte gli spari sono giunti alle spalle, troppe pallottole sono state trovate dove non dovevano essere. Certo, la guerra è anche questo, perché dove diventa lecito sparare diventa lecito tutto.

Nel grande calderone dei 70 anni della liberazione, ci deve stare tutti. Ci devono stare, prima di ogni altra cosa gli italiani, civili e militari, perché tutti hanno voluto la libertà da un invasore, che non era il fascismo, bensì il tedesco. E nell’insieme, ci stanno e ci devono stare anche i partigiani, perché sicuramente una parte di loro – oltre quella che molti raccontano per i misfatti – avrà combattuto anche per la libertà. Ma che siano i soli, questo no, non lo posso accettare. La nostra storia, la storia della guerra, della liberazione, della conquistata libertà e della nuova repubblica, è la storia di tutti gli italiani, non solo dei partigiani. Non portiamo all’esaltazione la storia, perché troppo spesso ci sono anelli nascosti che quando verranno a galla – perché sono convinta che prima o poi un po’ di giustizia si avrà – potrebbero svalutare all’improvviso e in modo brusco tutto ciò che fin ora si è creduto. Allora festeggiamo la nostra liberazione, ma che non sia una festa di bandiere rosse, ma di tricolori.

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STORIA DELLA CHIESA: SAN BONIFACIO

Monaco pellegrino e missionario, S.Bonifacio ha svolto un’importante ruolo nella Chiesa tra la fine del 600 e la prima metà del 700.

LA CONVERSIONE DEI POPOLI GERMANICI – Fu Gregorio II a inviare Bonifacio tra i pagani della Germania, a oriente del Reno. Bonifacio era un monaco anglosas­sone,  nato verso il 672 nell’Inghilterra sud-occidentale, cresce fin da piccolo nelle abbazie di Exeter e di Nhutschelle.; il suo nome era Winfrido. Appena pochi decenni prima gli Angli avevano accettato il battesimo, ricevuto da alcuni monaci italiani mandati sull’isola dal papa san Gregorio Magno. E già nel giro di pochi anni è un fiorire di monasteri. In questi decenni non si hanno stragi e i monaci edificano monasteri e impiantano aziende agricole. Mentre le terre d’Europa sono in mano alle tribù barbariche il giovane Winfrido trova nel monastero uomini innamorati di Dio e appassionati a tutto ciò che è vero e bello. La musica, le antiche opere letterarie del mondo classico, persino la scienza della medicina. Quel giovane Winfrido appassionato di letteratura e di poesia nell’abbazia, è lo stesso che traverserà in lungo e in largo l’Europa, che sfiderà le tribù germaniche abbattendo nel 723, a Gheismar, la quercia sacra al dio Thor e costruendo, con quel legno, una cappella dedicata a san Pietro.

LA MISSIONE – L’avventura missionaria di Winfrido comincia nel 716. Parte dal suo monastero al di là della Manica, con tre amici. Il suo pensiero è rivolto soprattutto ai sassoni, alle popolazioni germaniche. In questi anni sono proprio le isole, prima l’Irlanda con san Colombano e poi l’Inghilterra a riversare sul continente straordinari gruppi di monaci che battezzarono l’Europa. La prima spedizione in Frisia è un fallimento. Riparte di nuovo due anni dopo, ma stavolta per Roma. I monasteri inglesi erano molto legati al Papa e Winfrido vuol costruire sulla roccia di Pietro. Il 15 maggio del 719 incontra Papa Gregorio II che già da tempo voleva portare l’annuncio di Cristo nella terra dei germani. Il Papa gli affida «la missione fra i pagani» egli mette per iscritto una quantità di raccomandazioni: soprattutto gli chiede di tenerlo sempre informato e far ricorso al Papa nei casi difficili, e di amministrare i sacramenti secondo la liturgia romana. Da questo momento Winfrido prende il nome di un martire romano: Bonifacio. Dopo avergli cam­biato il nome Gregorio lo inviò in Germania per una missione tra i pagani della Frisia, al fine di completare l’opera di Villibrordo, venuto dal­l’Inghil­terra nel 689 con undici compagni e su indicazione di Pipino II, stabi­losi a Utrecht divenendone, nel 695, primo arcivescovo. Bonifacio rimase fino al 721 tra i Frisoni;  quindi, l’anno successivo, passò ad evangelizzare l’Assia. Lo troviamo a predicare in Assia e in Turingia dove battezza migliaia di pagani e riporta alla fede della Chiesa molti cristiani che erano tornati ai vecchi culti. Comincia a fondare un primo monastero ad Amöneburg, sempre cercando l’appoggio del re franco, Carlo Martello. Del resto era tipico dei monaci cercare innanzitutto la conversione dei re, che nella tradizione di quelle tribù era un evento decisivo.

IL RITORNO A ROMA –  In quello stesso anno, ve­nuto per la se­conda volta a Roma, prestò a Gregorio II un giuramento di fe­deltà e fu consacrato vescovo missionario. Secondo la consegna, Bonifacio stende la sua prima relazione per il Papa, il quale lo chiama di nuovo a Roma e lo consacra vescovo. Bonifacio adesso è ufficialmente legato del Papa. Nel 732 il Papa lo volle consacrare arcivescovo, conferendogli il potere di consacrare vescovi sulla riva destra del Reno. Alla prima richiesta di Bonifacio, molti gruppi di giovani e ragazze affluiscono nelle sue «terre di conquista» per aiutarlo, impiantando decine di monasteri. Solo pochi sono i nomi a noi noti di queste straordinarie compagnie di giovani, che intraprendono il «santo pellegrinaggio», infiammati di amore per Cristo e di affetto per Bonifacio. Solo il cristianesimo poteva produrre rivoluzioni di questo genere: giovani ragazze coltissime, brillanti, che partono dalla loro terra per guidare, sul continente, decine di monasteri in terre barbariche. Tutti furono proclamati santi dalla Chiesa. Mai si era visto uno spettacolo simile.

L’OPERA DI EVANGELIZZAZIONE – Nonostante la loro precoce conversione i Franchi ancora nel secolo VI mantenevano usanze pagane. Passato a evangelizzare l’Assia e la Turingia, si munì di lettere commendatizie di Carlo Martello e iniziò l’opera, dando una dimostrazione dell’impotenza degli dei pagani. Nelle vicinanze furono poi gettate le fonda­menta dell’abazia di Fritzlar. Costruì egual­mente abbazie in Turingia, facendone centri di cultura cristiana, punti d’irradiazione missionaria e vivai per il clero lo­cale. L’abbazia predi­letta di Bonifacio fu Fulda nel Buchenwald, divenuto un modello di abbazia tedesca sull’esempio di Montecassino. Sorsero anche nu­me­rosi monasteri femminili fra cui il monastero doppio di Heidenheim, presso Eichstätt. Col 724  si può considerare conclusa la vera e propria evan­gelizzazione  dei pagani ad opera Bonifacio; dopo di che egli si de­dicò a purificare e rinvigorire la vita cristiana, servendosi di sinodi provinciali come strumento di riforma. Quindi,  nel 738-39,  Bonifacio intraprese un terzo viaggio  a Roma, dove si incontrò con  Gregorio III da cui ricevette il pallio arcivescovile, con l’autorità di consacrare ve­scovi per il territorio delle missioni nel regno franco-orientale. Mise  così a punto il programma per il lavoro missionario succes­sivo: l’organizzazione ecclesiastica nei territori dove aveva com­pletato l’o­pera di evangelizzazione e la conver­sione degli ultimi pagani.

A MAGONZA – Bonifacio viene insediato come vescovo a Magonza. Nel 744, proseguendo nella fondazione di monasteri, costruisce l’abbazia di Fulda, che diventerà per secoli il cuore della fede cattolica in terra germanica. Gli intrighi del clero franco, scatenati periodicamente, inflissero a Bonifacio umiliazioni e sconfitte. Vi è tuttavia chi sostiene che proprio lui ebbe una parte di primo piano nella consacrazione a re dei Franchi di Pipino, a Soissons, nel 751. Un episodio cruciale della storia, con il quale nasce il Medioevo cristiano. Siamo nel 753, Bonifacio è già vecchio. Lascia la diocesi di Magonza al più giovane Lullo, si assicura della salda e buona salute dei suoi monasteri dei suoi monaci e delle sue monache, fa preparare i suoi libri in una cesta e stavolta assieme alle sue cose da viaggio fa porre anche un sudario.

VERSO LA SASSONIA –  Vuol combattere la sua battaglia incompiuta, il battesimo della Sassonia. Le notizie sugli ultimi mesi di Bonifacio sono scarne; arriva in Frisia per portare a termine il battesimo di quella terra, rimasto incompiuto per la morte di Willibrord. È insieme con una cinquantina di compagni. Scendono il Reno su una piccola flotta di barche e quando sbarcano hanno di fronte a loro le popolazioni ancora pagane a est dello Zuiderzee. È la primavera del 755. Il 5 giugno una gran folla di uomini, convertiti da Bonifacio, raccolta vicino a Dokkum, si prepara a ricevere il sacramento della cresima. Ma improvvisamente piomba su di loro un’orda di banditi. Bonifacio fa appena in tempo a incoraggiare i suoi che viene raggiunto da un colpo di spada. I suoi 52 compagni vengono massacrati come lui. Lullo riuscì a far portare e seppellire il suo corpo a Fulda, com’egli desiderava. Ma Bonifacio non solo ha battezzato quel popolo: ha indissolubilmente ancorato alla guida di Pietro le Chiese d’Europa. Un pastore vero, che poteva scrivere: «Non mercenari che fuggono il lupo, ma pastori fedeli, attenti al gregge di Cristo».

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STORIA DELLA CHIESA: SAN GREGORIO MAGNO

Continuano i nostri appuntamenti con la Storia della Chiesa. Oggi affrontiamo il periodo che ha come protagonista San Gregorio Magno, che va dal 573-717. 

GLI INIZI – Dopo i disa­stri delle guerre gotiche molti cattolici italici, di­nanzi all’avan­zata dei Longobardi, preferirono porsi sotto il pa­tro­nato di un ecclesiastico, anzi­chè di un laico. I duchi longo­bardi, nel sottomettere buona parte d’Italia, fecero un ecatacombe del ceto ecclesiastico, massacrando preti, distruggendo città ed edi­fici sacri e stremando gli abitanti. In questa situazione molti do­narono alla Chiesa o fon­dano nuove chiese. Tra questi un giovane di nome Gregorio, un pa­trizio che era stato avviato alla carriera degli onori e intorno al 573, poco più che trentenne, rive­stì la carica di prefetto di Roma. In questo periodo gli morì il padre; sua ma­dre si ritrasse a vita religiosa  e lui stesso maturò il proposito della fuga dal mondo. Quindi, tra il 574-75, depose l’a­bito di lusso, tempestato di gemme e d’oro, con cui in passato so­leva girare per la città e vestì l’umile saio del mo­naco, ritirandosi nella casa, ereditata dal padre, che tra­sformò nel monastero di S. Andrea. 

LA DIFFUSIONE – Oltre al mona­stero di S. Andrea, Gregorio ne fondò altri sei in Sicilia, dotandoli con le pro­prietà di famiglia che aveva nell’Isola. Per maggiore umiltà Gregorio non volle stare a capo del suo monastero, ma ne costituì abate il monaco Valenzione, già supe­riore nella provincia Valeria, da dove era stato scacciato dai Longobardi. Gregorio, nel mo­nastero, si de­dicò agli esercizi monastici della preghiera e dell’a­scesi. La sua esperienza monastica fu tut­tavia breve: Papa Pelagio II lo promosse all’ordine del dia­conato nel 579 e lo inviò a Costantinopoli, dove rimase fino al 586: uno degli affari più importanti, di cui dovette occuparsi Gregorio, fu la richiesta di aiuti militari per l’Italia, al fine di con­tenere la pressione longo­barda e soprattutto di sventare qualche colpo di mano nella re­gione di Roma, che era sprovvista di ogni guarnigione ed era di­fesa dalla sola milizia cit­tadina. Purtroppo, l’Impero era impe­gnato nella guerra contro i Persiani, e tutto quello che si poté fare fu di inviare denaro per corrompere qualche duca lon­gobardo e comprare l’alleanza col re Childeberto II d’Au­strasia che, discese in Italia, riportandovi successi modesti.

IL PERIODO ROMANO –  Nel 586, richiamato a Roma, Gregorio divenne con­si­gliere  e segretario di Papa Pelagio II. Sono questi gli anni in cui, vigendo la tregua tra l’esarcato e i Longobardi, vennero rinnovati i tentativi diretti a ricondurre all’u­nità e alla co­munione i vescovi della Venezia e dell’Istria che ne erano sepa­rati per la questione dei Tre Capitoli. Gregorio, come si è detto, aiutò il papa in questa iniziativa. L’opera di Gregorio presso Papa Pelagio II si fece più impegnativa quando, nel 587, riprese la guerra con i Longobardi. Alle devastazioni di questi si aggiun­sero, tra la fine del 589 e gli inizi del 590, piogge torrenziali prolungate che pro­vocarono lo straripamento dei fiumi. Tra le città inondate vi fu anche Roma, su cui il Tevere riversò grandi masse di ac­qua che tra l’altro distrus­sero tutti i depo­siti del grano. All’inondazione seguì la peste bub­bonica che fece moltissime vit­time, tra cui anche il Papa Pelagio II (+5 febbraio 590). La gravità della situazione ren­deva necessario eleggere subito un successore al defunto ponte­fice. La scelta una­nime del clero, del senato e del popolo cadde sul diacono Gregorio, già noto per i suoi meriti e per il suo zelo a fa­vore della Chiesa di Roma. In un primo momento Gregorio pensò di sottrarsi, scrivendo anche al­l’imperatore perché non confermasse la sua elezione; ma il prefetto di Roma trattenne le lettere di Gregorio e inviò solo il protocollo dell’ele­zione, un uso che era in­valso a par­tire dall’elezione  di Pelagio I.

LA PASTORALE –  Eletto nel febbraio e consacrato nel settembre 590, Gregorio si dedicò su­bito ai bisogni della città, colpita dalla peste e affa­mata. Come prima cosa indisse una solenne processione di peni­tenza per implorare da Dio la cessazione della pestilenza: si tratta della litania septiformis cui do­veva partecipare tutta la popola­zione. Dopo che le varie catego­rie si erano rac­colte presso le sette chiese – il clero ai SS. Cosma e Damiano, i monaci ai SS. Gervasio e Protasio; le religiose ai SS. Pietro e Marcellino; i ragazzi ai SS. Giovanni e Paolo; le vedove a S. Eufemia, le maritate a S. Clemente e tutti gli al­tri laici a S. Stefano al Celio – dove­vano dirigersi in pre­ghiera alla basilica di S. Maria Maggiore per implo­rare, tutti in­sieme, la Divina Clemenza. Le stazioni, che erano solite te­nersi nel giorno anniversario dei martiri e in certe feste dell’anno, fu­rono uno dei tanti esercizi di pietà rimessi in vigore da Papa Gregorio. Egli stesso vi interveniva e teneva l’omelia sul tratto del Vangelo che era stato letto.

Il vescovo di Roma era primate d’Italia e patriarca d’Occidente, prero­gative che ben presto passa­rono in seconda linea di fronte a quella di primate di tutta la Chiesa.  Papa Gregorio fece oggetto sua cura pastorale, in primo luogo, il clero di Roma e della sua provincia ecclesiastica. In quanto vescovo di Roma, Papa Gregorio richiamò i dia­coni al loro mini­stero essen­ziale, che era il servizio dei poveri e la predicazione;  ordinò che al servizio del papa fossero addetti non più laici, ma solo chierici o monaci. Controllava le ele­zioni dei ve­scovi, vigilava sull’a­dempimento del loro ufficio pa­storale e ne stimo­lava lo zelo, re­primendo abusi e persino depo­nendo chi si fosse reso indegno per gravi mancanze. Ci teneva tuttavia  a non inter­ve­nire nella giuri­sdizione ordi­naria dei vescovi che, in più occasioni, difese anche da altrui inge­renze.

LE METROPOLI – Oltre la provincia ecclesiastica  romana, in Italia v’erano  le metro­poli di Ravenna, Milano, Aquileia e Cagliari. Gregorio rispettò sempre i di­ritti degli altri metropoliti e non intervenne mai negli affari interni delle loro chiese. E venendo a conoscenza di eventuali abusi interveniva, sempre tramite il me­tropolita. Così, si valse del­l’arcivescovo di Milano per stabilire buoni rapporti con la regina Teodolinda, con l’intento di avviare la conversione dei Longobardi. Con il patriarca di Aquileia-Grado, Gregorio rinnovò i tentativi per richia­marlo al­l’unità e alla comunione con la Sede apostolica. Visto l’insuccesso, riprese quest’opera agendo sui sin­goli vescovi ed ebbe la consola­zione di riportarne alcuni a riallac­ciare la comunione con la Sede. La Chiesa di Sardegna era minac­ciata da scorrerie di Longobardi e dalla cattiva amministrazione dei funzionari bi­zantini, inviati nel­l’isola dall’esarca d’Africa. Da qui la necessità per Gregorio di in­tervenire di frequente per correggere le mancanze dell’arcivescovo di Cagliari e di stimolarne lo zelo, aiu­tandolo anche nell’opera di conversione degli ultimi seguaci del paganesimo e dei giudei che in Sardegna avevano una numerosa colonia. Gregorio non voleva che si fosse usata violenza nei loro confronti, si sareb­bero piuttosto dovuti guadagnare alla fede attraverso la persuasione. Per la Sicilia Gregorio medesimo dispose il con­dono fiscale di un terzo dei tributi dovuti per quei giudei che si fossero dichiarati pronti ad abbracciare la fede cristiana. Con que­ste astuzie si ebbero in Sicilia molte conversioni di giudei; e cri­stiani sinceri fu­rono i loro discendenti.

I PROBLEMI POLITICI – Delicate e difficili furono le relazioni con l’imperatore d’O­riente. Papa Gregorio, di fronte agli imperatori di Costantinopoli, si mostrò ossequioso nelle forme esterne: Roma stava sotto l’impero; di fatto però la città e il territorio ave­vano ormai una certa auto­nomia, che costituisce un importante prece­dente del potere tem­porale; autonomia che insieme ai beni im­mobili, i cosiddetti “pa­trimo­nia S. Petri”, rappresentano le basi dello Stato pontificio e della potenza politica dei papi in Italia nei secoli suc­cessivi. In que­sto contesto molte funzioni dell’auto­rità civile passarono al papa che, oltre al vettovagliamento della città -estensione della sua opera caritativa- provvide anche a dare il soldo ai soldati. S. Gregorio si oppose invece apertamente all’imperatore Maurizio (582-601) quando questi emanò, nel 592, una legge che proibiva ai cu­riali e agli uomini d’arme di farsi monaci e per i primi pure di entrare nel clero. Di fronte a Giovanni il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, ebbe a sostenere una lunga controver­sia, perché negli atti di un concilio tenuto nel 587 a Costantinopoli, sotto la sua presidenza, si sottoscrisse con il titolo di patriarca ecume­nico, tradotto in occidente come universale – in realtà significava solo patriarca dell’Impero – giudi­cato, pertanto, come “titolo ne­fando e arrogante”.  Questo ter­mine, che trova il suo fondamento nel decreto emesso da Giustiniano nel 545, in forza del quale il vescovo di Costantinopoli aveva il secondo posto, dopo quello del ve­scovo di Roma mentre aveva la precedenza su tutti gli altri ve­scovi. In seguito l’appella­tivo di ecumenico ebbe un’interpretazione or­todossa anche se lesiva del prestigio del papa in oriente. S. Gregorio, da parte sua, per umiltà, volle chiamarsi servus servo­rum Dei, espressione che non è in polemica con la precedente, ma, già in uso prima del pon­tifi­cato, è uno sviluppo della formula mo­nastica, servus Dei.

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STORIA DELLA CHIESA: I POPOLI GERMANICI

L’età di mezzo, che introduce alla moderna ed è la necessa­ria preparazione della nostra civiltà, si suddivide in alto e basso Medioevo. L’alto Medioevo è il periodo della lenta fusione degli elementi romani e degli elementi germanici sotto l’influsso del cri­stianesimo. Le forze por­tanti del Medioevo cristiano sono: la migrazione dei popoli germa­nici che frantuma l’im­pero romano d’Occidente e fa sorgere nuovi stati ger­manici; la Chiesa occidentale; i nuovi popoli germanici ancora giovani e suscettibili di evoluzione e il loro ingresso nella Chiesa cattolica.

CRISI DEL MONDO ROMANO – La crisi del mondo Romano, già in atto dal secolo III, in campo econo­mico, poi in campo istituzionale  e poli­tico, precipitò con le invasioni  barbariche, già iniziate nel secolo IV e divenute irresistibili nel secolo V.  Le invasioni,  anche se meno brutali di quanto si è preteso, furono una penetrazione che por­tò disordine, parziale distruzione del passato, ar­resto dell’attività  e guerre tra Romani e i nuovi ve­nuti. I barbari erano stati attratti dall’Europa, specialmente dal­l’Occi­dente.

Gli Unni, scacciati dalla Cina si affacciano al Volga nel 355, e a loro volta spingono i Visigoti a ol­trepassare il Danubio e il limes dell’Impero cede. Dal 395, con Alarico, passano in Grecia e nell’Illirico. Nel 401 sono in Italia. Nel 402 Stilicone li batte a Pollenza. Di nuovo in Italia nel 408, saccheggiano Roma nel 410. Dal 414 al 19 si stabiliscono in Spagna, passando per la Gallia. Tra il 466-84  la Spagna è intera­mente conquistata dai Visigoti ariani.

I Vandali, provenienti dall’O­der, sono in Gallia nel 406; nel 409-11 in Spagna; nel 427 traver­sano lo stretto e sono a Cartagine nel 429. L’anno dopo, mentre Ippona è assediata muore s. Agostino. Nel 455 guidati da Genserico met­tono Roma a sacco. Un gruppo di Alani, spinti dagli unni verso Occidente, dal 350 si asso­ciano ai vandali, seguendoli dal 409 al 416 verso la Gallia e l’A­frica. I Burgundi, stanziati già sul Meno, nel 413 attraversano il Reno, passati nella regione bel­gica, sono sconfitti da Ezio nel 437; nel 443 parte di essi ottiene di stabilirsi nella regione del lago di Ginevra.

I Franchi, già fissati nella Gallia del nord dal 350, al mo­mento delle grandi invasioni sono al di qua dei limes e considerati come fede­rati dell’impero; fra il 418 e il 420 cedono anche essi di­nanzi agli Unni e verso il 420 si trovano stanziati nella regione tra la Senna e la Mosa. Nel 496 Clodoveo, con i suoi Franchi, dopo aver battuto gli Alemanni a Tolbiac si converte al cattolicesimo, ma il loro cattolicesimo era poco più di una vernice: erano rimasti infatti ancora profondamente pagani; la vera cristianizzazione avvenne nel secolo VII e fu il risultato di un’azione missionaria attuata: (nella fase merovingia) da autorevoli membri del clero franco-gallico, come il vescovo Eligio di Noyon (588-606) cui si affiancarono missionari irlandesi giunti sul continente, come il monaco pellegrino Colombano (543-615).

MONDO ROMANO E MONDO GERMANICO – Mondo romano e mondo germanico hanno fisionomie  di­verse. Nel mondo romano il concetto predominante è quello di ci­vis, membro cioè di un robusto organismo, lo Stato, la cui legge, territoriale, ga­ran­tisce ordine e pace a tutti. Nel mondo germanico prevale il concetto di arimanno, uomo libero che sa difendersi con le armi. Vincoli di sangue e di forza raccolgono gli individui in vil­laggi  e tribù il cui capo (Köning) ha qualche importanza solo nel caso di guerra. Non vi è co­dice, né si­stema penale, né sviluppo di proprietà privata. Il cristia­nesimo, lentamente,  favorì l’avvici­namento e la fusione dei due mondi già av­versari e costituì il lie­vito di una nuova civiltà europea che si venne faticosamente elabo­rando nei secoli dell’alto Medioevo; da questa fusione tra popoli diversi ha avuto appunto origine la cul­tura occi­dentale. Il cristianesimo per i Visigoti, gli Ostrogoti, i Vandali e per gli al­tri popoli germanici fu nuova fede religiosa e nuova forma culturale. Merito di Ulfila, nipote di cristiani di Cappadocia fatti prigio­nieri, il quale dai Goti fu inviato con un’amba­sceria in territorio romano. Ordinato ve­scovo da Eusebio di Costantinopoli,  assertore dell’a­rianesimo, Ulfila, rientrato tra i suoi, dal 341 al 383 diede vita ad un’attività di evangelizzazione  e di fondazione  cultu­rale. Creò un alfabeto ed una lingua letteraria traducendo in gotico la Bibbia.

Le invasioni barbariche, deviate verso l’Occidente più indi­feso, la­sciano l’Oriente indipendente, ma l’obbligarono a ripiegarsi su se stesso, mentre l’Occi­dente, dopo aver cercato di respingere debolmente i barbari, dovette accettare, in definitiva, di fondersi con loro. In seguito alle loro incursioni, i barbari avevano finito in­fatti con lo stabilirsi in tutte le regioni dell’ex-Impero Romano d’Occi­dente: i Visigoti nella Spagna, i Vandali in Africa nord-occi­dentale,  gli Svevi in Galizia,  i Franchi, gli Alamanni e i Burgundi dal Belgio alla Provenza,  i Sassoni, gli Angli e i Giuti in Inghilterra,  gli Ostrogoti e poi i Longobardi in Italia. Odoacre, generale sciro che proveniva dal Norico, si trovava in Italia come capo delle truppe mercenarie quando, nel 476, depose Romolo Augustolo, ultimo imperatore dei romani; non volle però creare un nuovo imperatore e così riconobbe l’imperatore di Oriente, Zenone (474-92), limitandosi  a governare come re dei barbari che erano in Italia.

BISANZIO – Nel VI secolo l’ Impero romano sussisteva di fatto solo in Oriente. Ma con Giustiniano l’impero di Oriente ristabi­lisce l’autorità romana in Italia e nell’Africa latina. Nel 534 tra­monta il regno dei Vandali i quali avevano portato quasi all’annien­tamento delle circa tre­cento chiese cattoliche. Poi è la volta dell’I­talia: nel 552 Narsete sconfigge Totila e l’anno successivo  con la guerra greco-gotica assoggetta il resto dell’Italia a Giustiniano I, imperatore bizantino (527-565), per cui nel 553 tramonta il regno degli Ostrogoti. La riscossa bizan­tina, ri­conquistando gran parte dei territori italiani e africani, aveva po­sto fine ad ogni tentativo di far prevalere l’ariane­simo. Ma la ri­conquista dei territori italici durò lo spazio del regno di Giustiniano. I bizantini si erano infatti dimostrati più avidi del barbaro ostrogoto. Il tentativo di Giustiniano di ristabilire l’unità politica, cultu­rale e religiosa dell’antica Romania, con il suo fallimento, sarà la migliore prova dell’impossibilità di risalire una tale corrente di evoluzione sto­rica. Neppure le sue conquiste politi­che, limitate al litorale, sussiste­ranno: l’Italia, il litorale africano e iberico, ricon­qui­stati dal 533 per opera dei suoi generali Belisario e Narsete, ca­dranno in grande parte, nel periodo di un secolo, sotto l’occupa­zione di Arabi, Longobardi e Visigoti. Non solo lo sforzo era stato superiore alle possibilità dell’O­riente, ma l’i­deale, che lo aveva gui­dato, non era condiviso che da pochi: una vera incompa­tibilità di­videva i due mondi. Dal 568 al 698 l’Impero bizantino, indebolito, pure difendendosi aspramente, perderà, oltre alle regioni che aveva riconquistato, an­che la Siria, la Mesopotamia, l’Egitto e la Cirenaica; sarà ristretto all’Italia Meridionale, la Sicilia, la Grecia, la Macedonia. Neppure l’unità religiosa  è rinsal­data: ristabilita da Giustiniano nel 519, sarà di nuovo rotta nel 640 e tutto porterà a un sempre maggiore distacco tra il nuovo Occidente e l’Impero di Bisanzio. Il ciclo evolutivo della tendenza separatista tra Oriente e Occidente si chiuderà nell’VIII-IX  secolo, sotto i Carolini quando, in Occidente, il papa, “supremo vigila­tore”, strinse alleanza con la potenza secolare più im­portante dell’Occidente,  i Franchi. Sotto i Carolini, dopo che il papato si era volto definitiva­mente verso i barbari, viene restaurato l’Impero, un nuovo Impero Occidentale costituito dai popoli germanici, impero che finisce per co­stituire sempre più un’entità culturale e spirituale autonoma, mentre le controversie religiose -questione del filioque- con­ti­nuano, preparando la separazione totale, anche esterna con l’O­riente. In questa fase sto­rica, dapprima è il potere politico (in par­ticolare l’Impero franco-tede­sco) che predomina nei confronti del papato.

BASSO MEDIOEVO – E’ questo  il primo Medioevo che va dal 750 al 1050. Questo si svolge in due pe­riodi: l’epoca della civiltà carolingia; l’età degli Ottoni, in Germania. I due periodi sono sepa­rati dal “saeculum ob­scurum” (fine del sec. IX sino alla metà del X). Alla base del pre­dominio politico sta l’idea riconosciuta, anzi promossa (emblematica è la formula, per grazia di Dio) dalla Chiesa della di­gnità sacrale del re, più tardi imperatore franco e poi tedesco i quali, insieme al supremo sa­cerdozio, hanno il compito di guidare la Chiesa. Si tratta di un predominio, sullo sfondo però di un duali­smo: Papa e Imperatore; Sacro-Impero. Il motivo imme­diato del predominio imperiale poggia sul fatto che l’imperatore possiede la spada; e costituisce il braccio seco­lare su cui la Chiesa si appoggia per avere sicurezza economica e poli­tica. Si trattò comunque di un dualismo assai dinamico dove i poli erano in concorrenza fra di loro per cui, una volta assicurata nella sua esi­stenza, la gerarchia avanzerà la sue pretese: un atteggiamento che porterà a una nuova fase, quella che ha inizio quando il papato, con la riforma di Cluny e di Gregorio VII, pone in primo piano nuovi punti di vista circa il rapporto dei due poteri, radicalizza e avanza pretese pri­maziali già preparate da Leone I e Gelasio I. Ebbe così inizio la fase più acuta della lotta per la libertà e il predominio. Il Papato ne uscì vitto­rioso e difese poi la sua posizione con una duplice lotta contro l’Impero degli Hohenstaufen. A un’epoca che vide l’egemonia del Papato nei con­fronti dell’Impero (secc. XI-XII) seguì infine un periodo -il se­colo XIII- in cui Papa e Chiesa costituirono la potenza predomi­nante dell’Occidente cristiano.

LA CHIESA E I BARBARI –  La Chiesa ha influito nella trasformazione del mondo barba­rico con la sua dottrina e la sua organizzazione. Esaminiamo l’o­pera dei vescovi. In quel periodo turbolento del trapasso dalla civiltà romana a quella medie­vale, quando un mondo nuovo stava sorgendo sulle rovine fumanti dell’antico, inesorabilmente travolto da successive ondate di popoli barbari – dai Visigoti di Alarico, agli Ostrogoti di Teodorico, re d’Italia (480-536) – fondamentale fu l’opera di Papa Leone I (440-461) il quale portò un notevole accrescimento di au­torità al vescovo di Roma.

Dopo che la capitale dell’impero ro­mano di Occidente era stata trasfe­rita a Ravenna – fu Onorio, fra­tello di Teodosio, a tra­sferire nel 402 a Ravenna la capi­tale del­l’impero di Occidente- a Roma si cominciò a sentire una situazione di vuoto di potere poli­tico;  abbandonata alle scorri­bande ostrogote, la città nel 410 fu sac­cheggiata da Alarico re dei Visigoti. Seguì un torbido periodo in cui gli ordina­menti ecclesiastici minacciavano di crollare sotto l’impeto delle forze barbariche; solo il vescovo di Roma fu in grado di dare speranza per un futuro della fede cri­stiana, ciò apparve a tutti evidente quando Papa Leone I (440-461), nel 452, riu­scì a te­nere lontano da Roma Attila, inducendolo a prendere la via del ritorno. Con quel gesto papa Leone si rivelò anche come difensore e salvatore di Roma e della civiltà occiden­tale. Non meno importante l’incontro di questo pontefice con Genserico, re dei Vandali. Così, grazie a papa Leone, cui la storia ha riconosciuto il titolo di Magno, il vescovo di Roma era uscito, dal periodo turbolento delle migrazioni dei popoli e dei brevi regni barbarici, rafforzato sia nel campo religioso sia in quello politico. Roma, sede di Pietro, era tornata ad essere la capi­tale del mondo.

Convinto che il vicario di Pietro ha il diritto di guidare la Chiesa, S. Leone afferma che gli altri vescovi sono chiamati a collaborare col Papa nella cura pastorale e non possiedono la pienezza del potere. Così nel periodo gotico il vescovo fu consi­derato come il rappresentante naturale e il protettore dei romani cattolici di fronte ai barbari re ariani; mentre la curia ve­scovile fu il nuovo organo, attorno a cui gravitò la vita cittadina e a cui ricor­revano i cittadini e i villici.

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STORIA DELLA CHIESA: SCISMA DEI TRE CAPITOLI

Tra i primi Concili, convocati dalla Chiesa costantiniana, uno ha avuto risvolti importanti. Oggi lo analizziamo nella quotidiana puntata della storia della Chiesa.

CONCILIO II COSTANTINOPOLI – Il secondo concilio di Costantinopoli,  celebrato nel 553, ai tempi di papa Vigilio,  fu convocato dall’imperatore Giustiniano  per conquistarsi la simpatia dei monofisiti, mediante la condanna di tre scritti (condanna dei Tre Capitoli) di altrettanti teologi della scuola antiochena: Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro e Iba di Edessa. Una condanna giusta, ma sospetta, perché gli incriminati erano morti da oltre centoventi anni.  Il concilio,  convocato a Costantinopoli il 5 maggio 553, con­dannò Teodoro, Teodoreto e Iba, mentre il Papa il 14 maggio 553 inviò all’im­peratore una sua di­chiara­zione, sui Tre Capitoli, firmata da 16 vescovi e che prese il nome di Constitutum. Il Constitutum condannava gli er­rori di Teodoro e di Teodoreto, ma non le persone, per il principio  canonico che non si condannava una per­sona morta nella comunione ecclesia­stica; mentre per Iba accettava la giustificazione presentata al concilio di Calcedonia.

LA REAZIONE DI GIUSTINIANO – Giustiniano consi­derò il Constitutum un volta­faccia del papa. Perciò non volle ricono­scerlo e comunicò al concilio gli atti prece­denti di Vigilio, chiedendo  che il suo nome fosse tolto dai dit­tici. E poiché non intendeva creare uno scisma, usò l’abile formula, di­cendo che Vigilio stesso si era sepa­rato dalla comunione dei ve­scovi di­fendendo quanto i Tre Capitoli ave­vano condannato; men­tre si mante­neva l’unione con la Sede apostolica. I vescovi accetta­rono l’ordine dell’impera­tore e il Concilio continuò senza più inte­ressarsi del Papa e, nell’VIII  e ultima ses­sione, pro­mulgò quattordici anate­mismi in cui condannava gli scritti di Teodoro, Teodoreto e Iba; acc­cettava però i quattro concili, com­preso Calcedonia.

Giustiniano si mise subito all’opera per far rico­noscere que­ste decisioni del concilio,  sia in Oriente, sia in Occidente. E fece pressioni sullo stesso papa Vigilio che  approvò il concilio,  con let­tera inviata l’8 dicembre 553 a Eurichio di Costantinopoli;  quindi,  nel tentativo di conciliare i decreti del concilio di Calcedonia e la recente condanna, il 23 febbraio 554, a Costantinopoli,  pubblicò un nuovo Constitutum in cui giustificava la condanna dei Tre Capitoli. Fatta così la pace con l’im­peratore e ricono­sciuto il concilio – che così divenne ecumenico – Papa Vigilio nella pri­mavera del 555 la­sciò Costantinopoli per tornare a Roma, dopo dieci anni di assenza, ma morì in viaggio a Siracusa.

LO SCISMA DEI TRE CAPITOLI – Prima di par­tire, papa Vigilio  aveva ottenuto, da Giustiniano, la Pragmatica sanctio (554), che riordinava il governo d’Italia, ri­con­quistata dai bi­zantini. Tra l’altro fu riorganizzato tutto il si­stema scolastico, con il ripristino 200px-PopePelagiusIIdel­l’insegna­mento della gramma­tica, della retorica, della medicina e del diritto. Morto Vigilio, fu mandato a Roma, affinché si eleggesse  come papa, il diacono Pelagio, il quale aveva partecipato a tutti gli avvenimenti di Costantinopoli e dopo aver combattuto la con­danna, l’aveva egli pure accettata, riconcilian­dosi con l’imperatore. Ma a Roma questa scelta non fu gradita per­ché si accusava Pelagio di aver provocato la morte di Vigilio. La sua consacrazione ebbe luogo dopo dieci mesi, il 16 aprile 556 – giorno di Pasqua – e fu compiuta non dal ve­scovo di Ostia, ma da due ve­scovi, con l’assistenza  di Andrea prete di Ostia, mentre il clero, i monaci e il popolo si tennero lontani dal nuovo papa. Pelagio I seppe però riconquistarsi la fiducia, giustificandosi pub­blicamente, in S. Pietro, con una professione di fede in cui protestava la sua fedeltà agli insegnamenti dei papi precedenti, come ai quattro concili ecumenici, nulla di­cendo del quinto e ag­giungendo che accettava tutto quello che essi avevano ac­cettato.  Pelagio morì nel 561 e gli suc­cesse Giovanni III, cui fecero se­guito Benedetto  I  e Pelagio II. Le aumentate difficoltà politiche ave­vano però atte­nuato i rapporti tra i papi e gli im­peratori di Costantinopoli per cui la conferma dell’elezione del Papa veniva data non direttamente dall’impera­tore, ma dal suo rappresen­tante a Ravenna.

Nel frattempo continuava l’opposizione contro la condanna dei Tre Capitoli in Africa, nell’Italia  settentrionale e nell’Illirico. I vescovi di quest’ultima regione non ave­vano voluto partecipare al concilio di Costantinopoli e poi si mantennero contrari. Nonostante che Giustiniano avesse ri­mosso il metropolita di Salona e esiliato al­cuni vescovi dell’Illirico, la pace religiosa non fu ristabilita e i vescovi della Dalmazia continuarono nello scisma. Nell’Italia settentrio­nale accettò il concilio il metropo­lita di Ravenna, Agnello; invece non vollero accoglierlo gli altri due me­tropoliti: Vitale di Milano e Macedonio di Aquileia, i quali rifiu­tarono persino la comunione con Pelagio, perché aveva accettato il V concilio. La scissione si aggravò con l’invasione lon­gobarda dell’Italia del Nord (568), in seguito alla quale l’arcive­scovo di Milano si rifugiò a Genova e quello di Aquileia nell’Isola di Grado, dove aveva costruito una cattedrale dedi­cata a S.Eufemia, la martire del concilio di Calcedonia. L’uno e l’altro territorio erano sotto i Bizantini, ma a nulla riuscirono le insistenze dei pontefici perché rientrassero nell’unità. Così, sotto il pontificato di papa Pelagio II, lo scisma dei Tre Capitoli perdurava ancora a Milano, nella Venezia e nell’Illiria. Milano rientrò nell’unità, grazie a S.Gregorio Magno che intervenne presso Teodolinda, regina dei Longobardi; mentre il nuovo patriarcato di Aquileia,  cui si erano uniti i vescovi del­l’Illiria, rientrò nell’unità e nell’obbedienza al papa, solo al principio del VII secolo, per gli sforzi dell’esarca di Ravenna, da cui Grado dipendeva politicamente.

I PRECEDENTI – A Mars Saba, a est di Gerusalemme alcuni monaci diffondevano dottrine origeniste, quali la preesistenza e la trasmigrazione delle anime e la riparazione fi­nale. San Saba, il vecchio abate, si oppose fortemente e si recò a Costantinopoli per chiedere l’espulsione dei monaci origenisti. Dopo la sua morte la lotta si fece più accanita e due monaci origeni­sti riuscirono a farsi nominare vescovi dalla corte imperiale: Domiziano ad Ancira e Teodoro a Cesarea di Cappadocia.  Il successore di san Saba, denunciò l’e­resia al rappresentante del papa, nel 539. Questi, tornato a Costantinopoli, sollecitò l’imperatore Giustiniano ad inter­venire contro l’origenismo. Giustiniano, nel 543, scrisse un Trattato contro gli errori di Origene, terminante con dieci anatemismi e lo pubblicò sotto forma di Editto. Questo Editto fu sottoscritto anche da Teodoro Aschida, il quale però si prese una ri­vincita sollevando presso Giustiniano un’altra questione: la condanna degli scritti di tre au­tori, legati a Nestorio (Teodoro di Mopsuestia, mae­stro di Nestorio; Teodoreto di Cirro, suo amico; Iba di Edessa). Teodoro era morto in comunione con la Chiesa e Teodoreto e Iba erano stati riabili­tati dal Concilio di Calcedonia (451); ma i monofisiti insistevano perché i tre fossero condan­nati, considerandoli degli avversari di S.Cirillo e fa­cendo ve­dere che costituivano l’ostacolo alla loro unione.

giustinConvinto di questi ar­go­menti, Giustiniano, nel 544, pubblicò  un altro Editto, co­sti­tuito da Tre anatemi contro i tre autori incriminati. Nell’editto di Chefàlaia si condan­nava: la persona e gli scritti di Teodoro di Mopsuestia; gli scritti di Teodoreto di Cirro in favore di Nestorio e contro Cirillo ed il Concilio di Efeso; le lettere di Iba di Edessa inviate a Mari, vescovo di Ardashir dopo il 433. La condanna, presa in sé, era giusta, in quanto quegli scritti non erano im­muni da errori; ma le circostanze la rendevano so­spetta: ve­niva infatti riesumata una questione vecchia di circa cento venti anni e ormai obliterata.

L’OCCIDENTE ROMANO –  In Occidente ci fu invece una violenta re­azione perché la con­danna sembrava andasse contro il Concilio di Calcedonia (451), cui gli occidentali  erano molto attac­cati. Papa Vigilio, dopo essere rimasto a lungo incerto di fronte a quella con­danna, l’11 aprile 548 emise la propria sentenza che prese il nome di Iudicatum con il quale condannò Teodoro, gli scritti di Teodoreto e la lettera di Iba, ma allo stesso tempo mani­festò la sua piena adesione al Concilio di Calcedonia. Lo Iudicatum fu male accolto dai vescovi del­l’occidente e quelli del­l’Illirico, delle Gallie e dell’Africa giunsero a rompere la comunione con il papa fino a quando non avesse fatto peni­tenza. Di fronte all’opposizione suscitata dal suo Iudicatum Vigilio lo ritirò, inducendo Giustiniano a convocare un con­cilio ecumenico che illuminasse gli occidentali sulla questione; dovette però pro­mettere che non avrebbe fatto nulla contro i Tre Capitoli.

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STORIA DELLA CHIESA: SINODI E CONCILI

Tra il 325 e il 451 la Chiesa deve affrontare il problema delle eresie. Le date sono fondamentali anche per i concili ecumenici, fino ad allora – infatti – c’erano stati  solo sinodi.

SCISMI ED ERESIE – Pochi mesi dopo la proclamazione dell’Impero cristiano di Costantino, una grande crisi attanagliava la chiesa africana. L’elezione di Ceciliano a vescovo di Cartagine, spinge i suoi oppositori, seguaci di Donato ad appellarsi all’imperatore. Si chiese allora a Costantino di affidare la contesa al giudizio di un tribunale imparziale, indicato dagli stessi Donatisti nei vescovi della Gallia. Costantino preferì inizialmente delegare l’esame del caso al vescovo di Roma, Milziade . Questi, un africano, riunì un sinodo – concilio romano – nei giorni 2-5 ottobre di quello stesso anno, dove fu emessa una sentenza a favore di Ceciliano. I donatisti, insoddisfatti del modo in cui il giudizio si era svolto, sollevarono eccezioni procedurali presso Costantino che, condividendo l’idea di un riesame, di sua iniziativa convocò ad Arles per il 1 agosto 314, vescovi dei territori dell’impero da lui controllati. Vi parteciparono 46 vescovi e papa Silvestro I si fece rappresentare da quattro legati, inaugurando così la prassi che sarà abitualmente seguita dai vescovi di Roma per i concili antichi. Più gravi, le eresie che insidiarono la Chiesa. Già a partire dal III secolo la Chiesa aveva escluso dalla comunione chi, per difendere l’unità di Dio, aveva negato la Trinità delle persone e la divinità del Cristo: due sistemi condannati da papa Zeffirino , ma che tornarono a serpeggiare in Oriente sulla fine del III secolo. Scopo del monarchismo, salvaguardare l’unità di Dio contro il politeismo pagano e il dualismo di certe sette. Per difendere il principio unico ridussero la distinzione fra il Padre e il Figlio a due modalità di una sola e stessa persona: il Padre e il Figlio.

Nella Chiesa romana, dove il Papa – l’autorità uf­ficiale – rivendica a sé il potere religioso nella sua pienezza, si riconosceva l’identità di na­tura tra il Padre e il Figlio. In Oriente c’era invece la tendenza a subordi­nare il Figlio al Padre, riprendendo alcuni passi evangelici: “il Padre è più grande di me” (Gv 14,28); “Dio mio, Dio mio perché mi ha abban­donato” (Mt 27,46).

concilio-nicea-1CONCILIO DI NICEA – Nel fare il suo ingresso solenne a Nicomedia, capitale dell’impero orientale, Costantino apprese della discordia provocata da Ario, prete della chiesa di Alessandria. L’imperatore, che nel 313 aveva de­cretato la libertà del culto cristiano, intendeva anche svolgere il ruolo di protettore della Chiesa, per cui, d’accordo con i vescovi, decise di intervenire sulla questione sollevata da Ario, no­nostante che si trattava di un pro­blema di carattere teologico. Suo scopo era infatti quello di ga­ran­tirsi l’ordine e la governabilità dell’im­pero. Costantino, che aveva fatto del cristianesimo il fondamento della sua nuova politica religiosa, convocò allora un Concilio a Nicea. Così, da una parte la volontà di Costantino di difendere l’unità della chiesa, minata dall’eresia di Ario e, dall’altra, la necessità di regolare in modo unitario importanti punti controversi circa la dottrina, la disciplina e il culto spinsero l’imperatore a convocare un sinodo imperiale generale di cui si avvantaggia­rono l’ecumenicità della Chiesa e la legislazione ecclesiastica.

I SINODI – La Chiesa da tempo conosceva l’istituto del sinodo, che comporta la riunione dei vescovi di tutte le chiese in un’unica assemblea.  Il primo sinodo si celebrò tra il 172 e il 180 in Asia minore a seguito delle controversie Montaniste, un movi­mento cari­smatico rigori­sta che pretendeva una completa fuga dal mondo. I seguaci vennero scomunicati dall’assemblea dei vescovi che agirono in quanto successori degli apostoli. Mentre a Roma, nel 197, un sinodo presieduto da papa Vittore I esaminò il problema del computo della data della pasqua, prendendo posizione contro la consuetudine delle chiese nell’Asia Minore dove veniva celebrata, senza riguardo al giorno della settimana, sempre il 14 Nisam (Luna XIV), nel giorno stesso della morte del Signore. L’iniziativa dei sinodi locali, partita dall’Occidente e dall’Africa romana passò ben presto alle chiese d’Oriente, specie sotto l’im­pulso di Antiochia. In questa città, grazie ai favori della principessa Zenobia, era stato nominato vescovo Paolo di Samosata, una persona indegna e con idee poco ortodosse. Per discuterne il compor­tamento furono riuniti due sinodi celebrati nel 264 e nel 268 e ai quali parteciparono numerosi vescovi. Il secondo sinodo, con 80 partecipanti, emanò una sentenza di scomunica e di deposizione; dopo di che i ve­scovi scrissero lettere sinodali con le quali spiegarono perché erano stati costretti a “scomunicare questo nemico di Dio”.

I CONCILI – Modello politico del concilio furono le diete provinciali del­l’Asia mi­nore e per la convocazione dei padri conciliari fu presa in conside­razione la ripartizione amministrativa e civile ordinata da Diocleziano nel 297 il quale aveva suddiviso l’impero in varie pro­vince; il che fu determinante per la successiva costituzione delle pro­vince ecclesiastiche. Una serie di circostanze -dalla sopravvivenza dell’im­pero di Oriente allo stato em­brionale della maggior parte delle chiese di Occidente, fino alla neces­sità di do­mare l’insorgere di dottrine eretiche nella chiesa di Bisanzio- fe­cero sì che, fino al secolo IX, anche i successivi concili ecume­nici si celebrassero in Oriente, in tutti otto: Nicea (325), Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451), II di Costantinopoli (553), III di Costantinopoli (680), II di Nicea (787), IV di Costantinopoli (870). Tutti e otto furono convocati dall’autorità imperiale e celebrati sotto la sua ombra: gli im­peratori ritenevano infatti di avere il diritto di convocazione. Il ruolo degli imperatori fu decisamente im­portante nel facilitare la riunione dei vescovi: lo fecero rimuovendo ostacoli di ordine giuridico (in quanto la legge proibiva siffatte riu­nioni), di ordine materiale (in quanto misero a disposizione i mezzi di trasporto, vigilarono sulla sicurezza dei prelati, assicurarono loro vitto ed alloggio) e di ordine morale (dinanzi all’insor­gere di tante eresie, il papa aveva bisogno degli imperatori per far conoscere la sua volontà).

Trinita-MariaGraziaRispetto al passato il concilio ecumenico costituisce un salto di qualità: riguarda infatti non i problemi di crescita di alcune chiese locali, ma la Chiesa univer­sale. L’istituzione conciliare, in quanto espressione della Chiesa universale, è rap­presentata dai vescovi, successori degli apostoli e deposi­tari della tra­dizione apostolica. Bisogno fondamentale della Chiesa è quello di man­tenere il depositum fidei, la tradizione apostolica orale e scritta. Depositaria della tradizione apostolica è l’unanimità del corpo episcopale sparso, da qui l’appellativo di ecumenico dato a una siffatta assemblea. Per cui il concilio ecumenico di­viene il luogo privilegiato dove si può e si deve realizzare questa unanimità in una ecclesiologia di comunione, senza ecludere nessuna delle grandi chiese locali il cui insieme organico forma la Chiesa universale. Ogni concilio si concludeva con “professioni di fede”, ispirate dal vitale bisogno di rendere conto della fede orto­dossa insidiata dalle correnti eretiche.

Nei primi concili ecumenici ci si occupò essenzialmente di problemi dogmatici e della loro definizione teologica. Privilegiati sono i primi quattro concili, in quanto definiscono la fede e hanno per oggetto i dogmi fondamentali della Trinità (con Nicea e il Costantinopolitano I) e dell’Incarnazione (con Efeso e Calcedonia).

SANT’AGOSTINO – Inizialmente i termini Sinodo e Concilio furono usati come sino­nimi nel­l’accezione di assemblea regolare di vescovi, riuniti per delibe­rare e dare un giu­dizio su materia ecclesiastica. Ma già s. Agostino di­stingue tre generi di sinodi ec­clesiastici: generale, regionale e provin­ciale. Il primo è universale, riguarda cioè tutta la chiesa; gli altri due sono particolari. Il concilio regionale detto anche ple­nario, abbracciava più province; mentre il concilio provinciale rappresentava la più pic­cola forma di concili parziali. A partire dal V secolo assunsero un ruolo importante i sinodi en­demici di Costantinopoli, cioè l’assemblea dei vescovi che, al momento della celebrazione, si trovavano a dimorare nella capitale e venivano convocati sotto la presidenza del patriarca di Costantinopoli per discu­tere le varie questioni e controversie loro proposte. In seguito alcuni vescovi furono incaricati di dimorare, per un certo tempo, nella capitale con funzione di consiglieri del pa­triarca.

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STORIA DELLA CHIESA: L’ETA’ CONSTANTINIANA

Terzo appuntamento con la Storia della Chiesa, oggi parliamo del periodo di Costantino, dal 307 al 382.

COSTANTINO, IL GRANDE – Figlio di Costanzo Cloro e di Elena, Costantino viene nominato nel 307 imperatore in Gallia. Viene ricordato per l’emanazione – a Sardica, nell’ aprile 311 – di un editto di tolleranza nei confronti dei cristiani. L’anno successivo, sconfigge Massenzio a Ponte Milvio, divenendo così unico arbitro della parte occi­dentale dell’Impero. Nel 313, con l’Editto di Milano, confermò la libertà di culto ai cristiani.

b42_03EDITTO DI MILANO – L’Editto del 313 co­sti­tuì l’inizio di una alleanza che portò la Chiesa a divenire da religio illicita a Chiesa cattolica imperiale. Il cristianesimo divenne, grazie all’Editto di Teodosio del 380, religione ufficiale dell’impero, costringendo il paganesimo a ritirarsi nelle campagne.  L’opera di cristianizzazione del­l’impero si intensificò a par­tire dal 324, quando Licinio Augusto, cognato di Costantino, che aveva ripreso a opprimere i cristiani, fu sconfitto.

EPOCA IMPERIALE DELLA CHIESA – E’ questa la cosiddetta età costantiniana, che durerà fino all’elezione di papa Gregorio Magno nel 590. Il periodo imperiale è caratterizzato dalla pace; ma anche dall’insorgenza di eresie e dall’invasione dei barbari. Eletto dal clero e dal popolo il vescovo di Roma era anche il Papa. Lo stato riconobbe il primato romano. Fu la vittoria del vescovo di Roma sullo stato persecutore; da qui anche il dono al papa del Palazzo del Laterano. Mentre l’imperatore Graziano (375-378) definì espressamente, con una legge di Stato, la suprema giurisdi­zione del vescovo di Roma. Ma va anche ri­cordato che sotto papa Damaso I (366-384) la Sinodo romana del 382 dichiarò che la Santa Romana Chiesa ha la precedenza su tutte le altre chiese non per mezzo di una decisione conciliare e neppure per mezzo di una legge imperiale, ma perché essa ha ricevuto il primato dalla pa­rola del Signore Salvatore: “Tu sei Pietro e su questa pietra edifi­cherò la mia Chiesa” (Mt 16,18).

A partire da Costantino venne stabilito che l’autorità imperiale viene direttamente da Dio; che l’impero è l’attuazione terrena dell’ordine divino e che ad esso spetta il governo di tutto il mondo nel quale deve far trionfare la Chiesa di Cristo. Secondo questa dottrina, gli impe­ratori intervennero spesso nelle elezioni dei papi, specie in caso di conflitto fra opposti partiti. Da parte sua papa Gelasio I, nel 494, si trovò nella necessità di scrivere all’impera­tore Anastasio I una lettera, al fine di distinguere i due poteri e di affermare la sogge­zione del principe al sa­cer­dote in ma­teria di fede e di costumi: “sono in effetti due -o supremo augusto imperatore- le principali autorità su cui il mondo si regge: quella consacrata dei pontefici e il potere regale. Fra esse il peso che debbono sopportare i sacerdoti è tanto più grave in quanto al giudizio divino dovranno rendere conto anche per gli stessi re degli uomini. Sai infatti o figlio clementissimo che anche se primeggi per dignità su tutto il genere umano, tuttavia pieghi devotamente il collo dinanzi ai presuli religiosi e sai di doverti sottomettere, come è opportuno, alle loro disposizioni, in base all’ordine religioso, piuttosto che essere loro preposto, e perciò su questi argomeni sai di dover dipendere tu dal loro giudizio, mentre loro non accettano di essere ricondotti alla tua volontà”. Tuttavia nessuno giunse a formulare precisi accordi che limitassero i rispettivi poteri. Fino al secolo XI ci fu un’interferenza della potestas imperiale nei riguardi della Chiesa. L’irregolarità delle intromissioni nelle elezioni dei vescovi, abati e preti provocò lo scandalo del secolo, cioè la simonia e la necessità di una riforma: da qui la lotta per le investiture.

LA PASTORALE – Nonostante i conflitti, di comune accordo furono comunque erette nuove diocesi e si stabilì il calendario cristiano: un po’ alla volta si aggiunsero feste come Natale (330), Epifania, Ascensione (325). Unica forma pastorale fu il servizio divino del mattino e della sera e le messe domenicali. La formazione dei presbiteri avveniva attraverso l’apprendistato: da collaboratore si diveniva presbitero. Quando la moralità veniva offesa per peccati gravi c’era la confessione pubblica e una pubblica penitenza. I penitenti pubblici non ricevevano l’eucarestia; la loro riammissione poi aveva luogo, dopo uno o più anni di penitenza, il giovedì santo.

costantinopoliNUOVA SOCIETA’ – Con Costantino, furono gettate le basi di nuova società cattolica che aveva però come problema di fondo l’univer­salità dell’impero e della Chiesa, problema che venne risolto in un modo diverso nei due mondi, occidentale e orientale. Il distacco fu favorito dall’erezione, nel 330 di Costantinopoli, la capitale d’oriente, ad opera di Costantino il quale è il vero inizia­tore dell’Impero d’Oriente e della divisione amministrativa dell’Im­pero. Nacque così un nuovo centro ecclesiastico – alla completa dipendenza dell’imperatore – che finì per divenire un rivale di Roma, creando così le premesse del distacco della Chiesa orientale da quella occidentale.

OCCIDENTE – In Occidente la soluzione del problema della coe­sistenza di due universalità, Sacerdozio e Impero, che avevano un’origine, un oggetto e uno scopo comune, si chiama Medioevo. Da una parte c’è il Sacerdozio, depo­si­tario di una salu­tare verità trascendente, ma che è costretto ad esercitare un’a­zione politica per imprimere la sua disci­plina e il suo magistero su tutta la vita ter­rena; dall’altra c’è l’Impero ter­reno, legittimato dalla fede e che, a sua volta, è co­stretto ad assu­mere una missione e a svolgere un’azione religiosa. Sull’impronta civile di Roma, del pri­mato ec­clesiastico romano, degli stanziamenti e delle conversioni dei Ger­mani, e in seguito dei Normanni, Ungari e Slavi, cioè del loro as­sorbi­mento nella romanità, diede origine alla sto­ria della fondazione dell’Europa moderna che ha come base la co­scienza romana e cristiana, cioè cattolica.

ORIENTE – Bisanzio, fedele in certa maniera al modello classico, creò invece la sua Chiesa e la incorporò nello Stato. In Oriente si affermò così il cesaropapismo; mentre in Occidente i romani pontefici, sudditi dell’imperatore romano d’Oriente, divennero difensori delle libertà della Chiesa e tutori della fede ortodossa, proclamata dai concili ecumenici d’Oriente. L’Oriente ebbe i suoi nemici: Persiani, Arabi, Turchi, Latini; esercitò la sua missione culturale sugli Slavi. Per dieci secoli custodì il patrimonio dell’an­tica civiltà romano-el­lenistica, finchè, stremata, nel 1453 fu travolta dalla potenza otto­mana.

Anche al di fuori dei confini dell’Impero romano ci fu una diffu­sione della fede cristiana, ma le comunità arrivarono ad organizzazioni nazionali autonome, senza riuscire a partecipare a quella visione di universalità, tipica della cultura imperiale romana.

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STORIA DELLA CHIESA: IL MONACHESIMO

Secondo appuntamento con la Storia della Chiesa. Oggi parliamo del periodo che va dal 250 al 1153, il cui protagonista principale è il fenomeno del monachesimo che si va diffondendo nel mondo cristiano.

MONACO – Il termine monaco – che deriva da monos, cioè solitario. I monaci si dividono in continenti, asceti, anacoreti e continuano la tradizione di fede iniziata dai martiri, distinguendosi dai pastori e dai laici perché vivono lontano dal popolo. Il primo monachesimo si sviluppa in Egitto, grazie anche al deserto che favorisce l’isolamento. Durante la persecuzione di Decio, circa nel 250, alcuni cristiani d’Egitto fuggirono nel deserto e li rimasero anche cessato il pericolo, dando inizio alla vita eremitica. Dopo l’Editto di Milano, si diffuse la vita ascetica come ideale di vita simile a quello del martirio. Primo eremita di cui si hanno notizie è Antonio, grande uomo di preghiera che lotta contro il demonio. Alla base della sua esperienza c’è l’ascolto della Parola di Dio; in particolare il riferimento che lo colpisce da giovane è “Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi, vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli” (Mt 19, 21). Antonio, dunque, fece una scelta di vita che verrò poi rifatta secoli dopo da Francesco d’Assisi: vendette tutto e si dedicò alla vita ascetica. Affascinato dalla Parola di Dio, ne imparava brani a memoria. Più volte il demonio cercò di distoglierlo dalla sua fede, ma egli rispondeva con le preghiere e con la lettura delle Scritture. Alcuni asceti si unirono ad Antonio e si originò una comunità di anacoreti senza regola e stabilità, tutta incentrata sul prestigio personale di Antonio. Dall’Egitto il fenomeno del monachesimo si diffonde in Palestina dove si affermarono due diversi sistemi di monachesimo: l’eremo e l’anacoretismo. Il monachesimo palestinese divenne polo di attrazione per i pellegrini.

LE REGOLE – Quattro le principali regole per i monaci: S.Pacomio e Basilio in Oriente, S.Agostino e S.Benedetto in Occidente. Il merito per la scrittura della prima regola spetta a S. Pacomio. Nel 320 egli fondò il primo monastero, sulle rive del Nilo, e diede una regola alla propria comunità. La traduzione in latino rivela i quattro fondamenti della comunità di S.Pacomio: Praecepta; Praecepta et Instituta; Praecepta atque Iudicia; Praecepta ac leges. Il capo dei monaci, a cui questi devono obbedienza, si chiama abate. Basilio, arcivescovo di Cesarea è fondatore di un ordine religioso, ma viene ricordato anche per i suoi scritti che hanno dato al monachesimo un’impronta indelebile. Due le regole monastiche che portano la sua firma: egli insiste sul valore della vita comune, della cura delle anime e dello studio della teologia.

VITA QUOTIDIANA – I monaci, quasi tutti laici, vestono con una tunica nera, contra di cuoio e una pelle di pecora con cappuccio. La loro quotidianità è scandita da lavori manuali e preghiera. Non mancano i monasteri femminili, che vengono però tenuti distinti da quelli maschili.

san-benedetto1L’OCCIDENTE – Il primo monastero romano fu eretto presso S.Sebastiano da Sisto III. A dare un’impronta decisiva al monachesimo occidentale furono Sant’Agostino e San Benedetto. Sant’Agostino scrisse la Regula Ad Servos Dei che esercitò un notevole influsso su San Benedetto. Fondamentale fu l’apporto di Benedetto da Norcia, che sconvolto dalla corruzione di Roma di ritirò a Subiaco. Qui San Benedetto fu tentato dal demonio, sotto forma di merlo; per sfuggire alla tentazione egli si gettò nudo in un cespuglio di rovi. Ben presto si unirono a lui gli eremiti dei dintorni, di cui egli divenne – per poco tempo, perché decise presto di tornare alla sua grotta – abate. In seguito a quest’esperienza fondò dodici monasteri, a ciascuno dei quali mise a capo un abate. Nel 529 si recò a Cassino dove costruì il celebre monastero. La Regola Monachorum di San Benedetto inizia con le parole: “Ausculta, o fili, praecepta Magistri”.  Divisa in 73 capitoli, la prima parte è di carattere prevalentemente spiri­tuale: in particolare si sofferma sulle tre virtù principali: obbedienza, taci­turnità e umiltà. La se­conda è istituzionale e disciplinare. La vita dei monaci riassunta nel­l’ora et la­bora, ha come fine ultimo la glo­ria di Dio. I monaci distribuirono la preghiera in sette ore canoni­che, dall’alba alla mezzanotte. Si dava però importanza pure alla lettura sacra  e al la­voro manuale. Per ovviare ai pericoli connessi alla vita dei monaci girovaghi, ai tre voti tradizionali la regola aggiunge anche l’obbligo di non cambiare monastero.

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